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La Storia

Per trovare le radici di Pineider, un’azienda che incarna 250 anni di storia dell’eleganza artigianale italiana, dobbiamo iniziare immaginando il passo Pinei, a fine Settecento.

Siamo ai piedi dello Sciliar, tra Castelrotto e l’Alpe di Siusi, in val Gardena. Ebbene, prima che queste zone amene diventassero Alto Adige italiano nel 1919, prima del turismo, prima dell’invenzione dello sport ricreativo, Pinei era un luogo del basso Tirolo austriaco, con una manciata di abitanti sparsi in una zona esposta al sole e poco ripida, adatta alla coltivazione di cereali. Erano montanari agricoltori che allevavano soprattutto animali da cortile e intagliavano il legno, non per vendere souvenir bensì per uso domestico. Pochi masi sparsi, poche famiglie imparentate tra loro, qualche chiesetta per la devozione della popolazione locale. Si parlava ladino, un’ibridazione del celtico e del latino volgare importato dai soldati romani che, al seguito del condottiero romano Druso, avevano conquistato quella zona delle Alpi nel 15 a.C.

Vigeva nel Settecento sudtirolese, e poi ancora per altri due secoli, la legge successoria del maso chiuso. Vale a dire che, per preservare l’unità delle proprietà fondiarie, alla morte del padre l’unico erede era il maschio primogenito. I fratelli minori potevano scegliere di essere indennizzati e andarsene altrove in cerca di fortuna, oppure continuare a vivere nel maso come servi del maggiore. È nella durezza di questo quadro ambientale e sociale che, nella seconda metà del Settecento, a Pinei, nella famiglia Pineider, nasce e cresce Francesco.

Si viveva, al tempo, sotto l’illuminato dominio dell’arciduchessa d’Austria Maria Teresa che nel 1774 introdusse in tutta la Val Gardena (e quindi anche a Pinei) l’obbligo scolastico dai sette ai quattordici anni. Perché i bambini potessero ricevere l’istruzione dovuta, Maria Teresa istituì una scuola magistrale. Di fatto, questa scuola creava un genere di occupazione retribuita che fino a quel momento non esisteva: l’insegnamento.

Se Francesco fosse nato qualche anno più tardi avrebbe potuto diventare un maestro, ma è invece in quello stesso anno della riforma scolastica teresiana, il 1774, che il giovane Pineider apre una bella bottega a Firenze. Possiamo supporre che lo avesse fatto investendo i denari con cui era stato liquidato da un fratello maggiore, erede del maso paterno.

Questo Francesco Pineider era certamente un immigrato avventuroso e intraprendente che, per aprire la propria attività commerciale, dovette anzitutto imparare una nuova lingua. Il toscano. Che salto: dalla vita rurale dei montanari, dormendo con i familiari ammucchiati sopra una stufa, fino alla Firenze dei palazzi nobiliari; dalle cattedrali naturali, le Dolomiti, alla cupola del Brunelleschi; dall’Adige all’Arno; dai contadini ai mercanti; dagli unici momenti sociali vissuti in chiesa, la domenica, alla civiltà dei salotti del Granducato di Toscana che, dopo l’estinzione della dinastia medicea, era governato dagli Asburgo Lorena.

Dunque, Francesco apre il suo commercio in un bell’edificio affacciato su piazza del Granduca, oggi piazza della Signoria, davanti al David di Michelangelo (è solo nel 1873 che il capolavoro michelangiolesco verrà spostato all’interno della Galleria dell’Accademia).

L’isolato dove Francesco apre la sua attività commerciale, che sul versante opposto alla piazza del Granduca dà sulla Loggia del Mercato Nuovo, ha una storia estremamente significativa. Sin dalla seconda metà del Trecento era stato sede di una delle più antiche corporazioni fiorentine, quella dell’Arte dei Mercatanti o dei Calimala: commercio di panni di lana acquistati per lo più nelle Fiandre, in Inghilterra e nelle fiere dello Champagne e, una volta a Firenze, ricardati, tinti, resi morbidi per essere venduti sul mercato internazionale. Nel 1770, poco prima che Francesco Pineider si insedi, un editto del Granduca Pietro Leopoldo aveva soppresso tutte le Arti, escluse quelle di Giudici e Notai. Un atto di economia liberistica, una grande modernizzazione che sbloccava il mondo lavoro e del commercio annullando il corporativismo.

Capita così che Francesco, cresciuto negli orizzonti soffocanti del maso chiuso, si trovi in una Firenze dove i commerci sono storicamente internazionali e dove il riformismo di Pietro Leopoldo sta adeguando la capitale del Granducato alle nuove regole della produzione e dei traffici di merci, anche sotto la spinta degli studi economici promossi dall’Accademia dei Georgofili.

A fine Settecento Firenze è vitale, moderna, oltreché meta fondamentale del Grand Tour, il viaggio di formazione culturale e artistica degli aristocratici europei.

In quegli anni, per i decori e i modelli della fabbrica di ceramiche che aveva fondato a Doccia, il marchese Carlo Ginori ricorreva al lavoro dei maggiori scultori dell’epoca, a bronzisti, gessaiuoli, incisori e intagliatori. Imperava il gusto neoclassico, e la città era un importante centro di produzione di calchi e copie delle sculture antiche che facevano parte delle collezioni granducali, grazie alle richieste che arrivavano dall’estero.

Gli aristocratici europei volevano adornare i propri possedimenti con copie di statue antiche in bronzo, marmo e gesso. Nel campo del gusto si assisteva a una sorta di austerità che preferiva l’antico eroico ai lussuosi orpelli del barocco. Da tutta Europa arrivavano artisti per lo studio dei modelli di nudo. Nel 1784 Pietro Leopoldo rifondò anche l’Accademia delle Belle Arti.

Una volta soppresse le Corporazioni delle Arti, nel quadrilatero che le aveva ospitate si erano aperte nuove botteghe indipendenti. Proprio sopra l’insegna Pineider, l’edificio portava ancora lo stemma dei Calimala: una lunetta scolpita nella pietra serena, con un’aquila dalle ali spiegate che artiglia due balle di merce, nel mezzo di una decorazione di gigli fiorentini. Francesco, con la sua attività, occupava anche altri spazi del quadrilatero, oltre alle due vetrine davanti a Palazzo Vecchio. Una parte era adibita “ad uso di scrittorio”, il luogo cioè dove lavorava lo scrivano e si conservavano carte scritte.

Una stampa settecentesca raffigura la bottega. Un rosone tra le due vetrine dice “Francesco Giuseppe Pineider” e al centro: “successori Peratoner”. E poi: “Chincaglierie” sopra una vetrina, “Cartoleria” sopra l’altra. Francesco poteva avere un doppio nome, magari patronimico (Francesco Giuseppe). Ma chi era Peratoner? Ecco forse la ragione per cui il nostro protagonista arriva a Firenze e si imbarca in un lavoro di incisore e negoziante di articoli da cartoleria. Peratoner è un cognome della Val Gardena, e deriva dal patronimico Pierantonio. È probabile che il nostro Francesco avesse scelto di raggiungere a Firenze un compaesano, che cedeva la propria attività.

Ed è così che Francesco, figlio di Giuseppe (e che a sua volta darà il nome di Giuseppe al figlio), inizia la sua nuova vita in una grande bottega affacciata su una delle piazze più celebri d’Italia, affollata di mercanti, di cittadini a passeggio, di turisti. Vende biglietti stampati su commissione, con varietà di caratteri di stampa, e per primo introduce i caratteri della tradizione anglosassone o germanica. È un innovatore, aperto al mercato internazionale. I clienti della bottega vi trovano carte da lettera, taccuini, carnet di viaggio, articoli di cancelleria, carte colorate magari con impasto celeste, colore ai tempi di gran moda, penne, pennini, calamai, calendari da tavolo, agende, biglietti d’auguri per le feste. E commissionano partecipazioni a nascite, matrimoni, lutti. I nobili hanno bisogno che il loro stemma sia inciso sulla carta da lettera, sulle buste, sui documenti.

Da Pineider si applica una raffinatissima tecnica di incisioni a bulino per la stampa calcografica degli stemmi, secondo una tecnica ereditata dalla tradizione orafa rinascimentale. Per i pranzi dei palazzi fiorentini, diventano di moda i segnaposti decorati e i menu stampati con l’elenco delle portate e delle bevande. I matrimoni aristocratici si celebrano accompagnandoli con dei “Per nozze”, composizioni poetiche stampate e illustrate. Le note delle composizioni musicali d’occasione, composte per cimbali, pianoforti a coda, violoncelli e mandolini vanno impresse su partiture e spartiti.

Alexandre Dumas, uno dei celebri clienti di Pineider, in Une année à Florence, definisce Firenze la “città dei balli e dei concerti”. Gli inviti a pranzi e ricevimenti vanno stampati su biglietti con lo stemma di famiglia, oppure scritti a mano. La bella calligrafia necessita di carte pregiate. In una civiltà basata sulla scrittura, un secolo prima che compaiano i telefoni, la sensazione tattile, il profumo della carta, la qualità degli inchiostri sono i piaceri raffinati di una società altolocata di cittadini e di viaggiatori.

Persone per cui entrare nella bottega di Pineider, scegliere una carta, un carattere di stampa, un fregio, un inchiostro, rappresenta un piacere primario, fondamentale. Inoltre, i salotti fiorentini non sono solo luoghi di feste, ma anche laboratori di scrittura, dal momento che le conversazioni proseguono nei carteggi, in produzioni poetiche d’occasione, in dissertazioni o commedie che vengono proposte, recitate e discusse nel salotto ancor prima di esser presentate in teatro, nelle accademie, o date alle stampe. La carta e la scrittura sono alla base di tutte le arti.

Tra il 1801 e il 1814 l’indirizzo di Pineider cambia, pur restando nello stesso luogo. Piazza del Granduca diventa Piazza Nazionale. Napoleone Bonaparte ha occupato la Toscana, assegnandola alla casata dei Borbone Parma. Strade e piazze vengono ribattezzate. Il Granducato diventa Regno d’Etruria e in seguito, con il trattato di Fontainbleu del 1807, viene annesso direttamente alla Francia. Prima che ritornino gli Asburgo di Toscana, dopo la sconfitta di Napoleone e il Congresso di Vienna, l’azienda Pineider, ormai condotta da Giuseppe, figlio del fondatore, ha uno sviluppo impetuoso. La burocrazia napoleonica, con i suoi timbri, le ceralacche, le missive, i registri, i certificati si affida totalmente a Pineider. Gli artigiani che lavorano per rendere unici i documenti filigranati e le finiture di fogli, quaderni, registri e raccoglitori ora lavorano a pieno ritmo per il nuovo governo e per le istituzioni.

Con l’arrivo di Napoleone, si completa la vocazione internazionale di quella che non è più una bottega, ma un’azienda di alto artigianato che adotta tecniche d’avanguardia, perfeziona le stampe, lavora su caratteri e rilievi, realizza stemmi e monogrammi incisi a mano. Un’azienda che nell’arco di pochi anni diventa fornitrice della nascente alta borghesia europea, oltre che dei casati aristocratici, e di tutti i grandi scrittori e intellettuali dell’epoca: non solo Goethe, che il 23 ottobre 1786 era passato per sole tre ore da Firenze durante il suo viaggio in Italia, ma anche Lord Byron, e tanti altri, da Manzoni a Dickens. Ognuno di loro, passando da Firenze, si fermava a rifornirsi degli indispensabili strumenti del suo lavoro, nella bottega dove l’acquisto di una risma di carta e di taccuini si trasformava in un piacere tattile, oltreché intellettuale.

L’avventura imprenditoriale di Pineider si consolidò con la seconda generazione, e la fama di quello che ormai era diventato un marchio che indicava la qualità e anche lo status di chi lo utilizzava oltrepassò le Alpi da cui era arrivato Francesco, il fondatore.

Durante i tredici anni di dominio napoleonico, uno dei salotti più elitari e cosmopoliti di Firenze fu quello di Luisa Stolberg d’Albany, moglie separata di Carlo Edoardo Stuart e compagna di Vittorio Alfieri. Con Napoleone, oltre ai francesi arrivarono a Firenze i russi, contribuendo ad allargare il milieu internazionale della città. Tra di loro, la famiglia del principe Nicola Demidoff, e poi i Buturlin, e la granduchessa Marija Nikolaevna, figlia dello zar Nicola I. Mentre Giovan Pietro Viesseux, creatore del celebre Gabinetto scientifico letterario, apriva le sale della sua biblioteca agli intellettuali dell’epoca, i russi si dedicavano soprattutto a feste, a grandi pranzi, a balli in maschera.

Tutte attività che necessitavano il contributo di Pineider per la stampa su cartoncini monogrammati di inviti, segnaposti, composizioni musicali e poetiche create per l’occasione. A San Donato, alle porte della città, nella cappella ortodossa dell’immensa villa Demidoff, si celebrarono le nozze del figlio di Nicola, Anatolio, con Matilde Bonaparte principessa di Montfort.

Pineider stampò le partecipazioni e i testi musicali composti da Luigi Gordigiani.

Si era formata un’élite cosmopolita in cui i Demidoff, i Poniatowski, la contessa Zamoyska, la principessa Galitzin ed elementi della nuova intelligencija russa finirono per intrecciarsi con la nobiltà toscana dei Pucci, dei Rucellai, dei Pandolfini. Nuovi stemmi andavano stampati su carte da lettera, sigilli, documenti. Nel 1837 Stendhal, che frequentava il Gabinetto del Viesseux, visitò gli Uffizi, elaborando poi una teoria sulla vertigine e lo sperdimento psichico che coglieva i visitatori di fronte ai capolavori del museo. “Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”. È quella che, nel 1979, venne battezzata Sindrome di Stendhal dalla psichiatra Graziella Magherini dell’Ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze.

In realtà, oltre allo sbigottimento datogli dalla visione delle opere d’arte, il vecchio scrittore stava vivendo un grande turbamento amoroso. Sperava ardentemente di reincontrare la giovane aristocratica Giulia Rinieri de’ Rocchi, che dopo averlo baciato aveva rifiutato la sua proposta di matrimonio. Fece dunque scorta di quaderni, carta da lettera e buste foderate, e così descrisse il tumulto interiore che lo agitava: “Le mie vittorie non mi hanno dato un piacere comparabile alla metà della profonda infelicità causata dalle mie sconfitte”.

Horace Mann, diplomatico e collezionista d’arte statunitense, teneva a Firenze un salotto frequentato dalla moglie separata di Robert Walpole, famosa per l’anticonformismo che la caratterizzava, e da altri intellettuali e artisti anglosassoni preraffaelliti, romantici, neogotici. Pineider forniva a Walpole e al suo entourage quella che per loro era materia prima: carta intestata in corsivo inglese, biglietti per gli inviti, cartoline con riproduzioni di opere d’arte da inviare in America e Inghilterra.

Prima dell’invenzione della fotografia, l’unico modo di far conoscere e diffondere le immagini dei tesori della storia dell’arte era la riproduzione a stampa dei disegni.

La poetessa Elizabeth Barret Browning, che abitava Oltrarno a pochi passi da Palazzo Pitti, usciva di rado perché versava in uno stato di semi invalidità, peggiorato dalla dipendenza dalla morfina. La sua malattia le diede tuttavia l’opportunità di sfuggire ai doveri domestici in favore della libertà creativa. Le rare passeggiate in compagnia del marito Robert terminavano regolarmente da Pineider, dove sceglieva le carte più raffinate. Su questi fogli compose i versi di Aurora Leigh, in cui auspicava che le donne avessero diritto di voto, e scriveva lettere a Camillo Benso di Cavour con cui discuteva di temi legati al Risorgimento, di cui era strenua sostenitrice.

Nel cuore dell’Ottocento Firenze fu un vero e proprio polo culturale per le élite artistiche del mondo occidentale: ebbe in pratica il ruolo che in seguito assunse la Vienna fin de siècle, seguita nella prima parte del Novecento da Parigi, a sua volta soppiantata dalla Londra degli anni Sessanta, e in seguito dalla New York di Andy Warhol e della Pop art.

Ma tornando alla Firenze ottocentesca, ecco arrivare anche i Trollope, celebre famiglia di romanzieri inglesi (e oggi tornano in classifica le riedizioni dei fluviali romanzi di Anthony). Avranno portato con sé, a scegliere borse e carte e pennini Thomas Hardy e George Eliot, gli amici letterati che vennero a visitarli?

Secondo un cronista americano dell’epoca, durante la restaurazione postnapoleonica Firenze era composta da “un terzo circa di fiorentini, un terzo di inglesi e il rimanente russi, tedeschi, francesi, polacchi e americani in parti uguali”. Firenze accoglieva tutti “a braccia aperte, non faceva domande, né chiedeva credenziali”. Un rifugio perfetto per i dissidenti politici, per gli eccentrici, per chi si era lasciato alle spalle maldicenze e guai capitati in patria, e ricostruiva la propria esistenza lungo le sponde dell’Arno. Certamente ci si incontrava da Pineider, dove per i viaggiatori si vendevano anche cartelle e scrivanie portatili in pelle.

La valigetta da medico e la borsa da viaggio, prodotte da artigiani fiorentini che lavoravano per Pineider e vendute sin dall’inizio dell’Ottocento, sono ancora oggi, declinate in forme attuali, tra gli oggetti di pelletteria più richiesti nelle boutique del marchio fiorentino.

Altri luoghi d’incontro in città erano il foyer e i palchi della Pergola, teatro dove nel 1834, per le comunicazioni tra palcoscenico e addetti alla scenografia, Antonio Meucci aveva installato il primo telefono acustico della storia; e poi il caffè Doney, dove scambiandosi chiacchiere, idee, inviti bivaccavano turisti inglesi, ufficiali austriaci, storici dell’arte francesi, fastosi e festosi russi, intellettuali italiani e nobili fiorentini. Dentro le mura di Firenze abitavano duemila stranieri, mentre in via Tornabuoni già dal 1841 era presente una sede dell’agenzia turistica Thomas Cook.

Era il 1807 quando Madame de Staël aveva descritto la vita di Firenze nel suo romanzo autobiografico Corinna: “Si va tutti i giorni nelle ore pomeridiane a passeggiare Lungarno e s’impiega la sera a raccontare che ci siamo stati”. Cinquant’anni più tardi Firenze non era cambiata.

Nel 1859 la Toscana fu occupata dalle truppe del Regno di Sardegna e nel 1860, durante il processo di formazione del Regno d’Italia, venne definitivamente annessa. In quello che oggi definiremmo “immaginario collettivo”, Firenze era la tappa perfetta prima di arrivare a Roma, che dopo l’annessione sarebbe diventata la definitiva capitale del Regno. L’impatto dei piemontesi con i toscani fu inizialmente infelice.

Quando il 19 novembre 1864 la Camera approvò il trasferimento della capitale a Firenze, a Torino ci furono scontri e diversi morti. Il ministro delle Finanze Quintino Sella stanziò sette milioni di lire per il trasferimento di funzionari, burocrati e amministratori dello stato sabaudo, e immediatamente gli affitti rincararono, costringendo i fiorentini a spostarsi fuori dal centro. La rivista di satira Il Lampione prese di mira i piemontesi, dandogli dei “buzzurri”. D’altro canto, per i piemontesi venne stampato un vademecum che spiegava i costumi locali: le donne affacciate sull’uscio, le case piccole e senza cortili, le grevi abitudini alimentari. Fiorentini e torinesi si trovarono reciprocamente brutti, sgraziati, primitivi. Fiorirono le pasticcerie, come Giacosa e Rivoire, che ancora oggi esistono. L’incomprensione inizialmente fu totale, anche perché i piemontesi si esprimevano in dialetto, “un barbaro linguaggio”.

Il 14 maggio 1865 fu inaugurata la statua di Dante in piazza Santa Croce. A lui, al suo ruolo di unificatore di lingua e nazione, si appellarono i governanti del Regno. Lo scrittore Edmondo De Amicis, arrivato a Firenze per dirigere un giornale, andò ad alimentare l’ormai foltissima schiera di intellettuali, poeti, scrittori che ricorrevano a Pineider per gli strumenti di lavoro: la carta, i pennini, le riproduzioni, gli articoli in pelletteria.

A Firenze giunsero anche gli architetti piemontesi incaricati di modernizzare gli edifici demaniali. Ebbero mano libera dal governo, mentre la Commissione Conservatrice degli Oggetti d’Arte e dei Monumenti, composta da storici dell’arte che dovevano sorvegliare i restauri, fu di fatto impossibilitata a svolgere il proprio mandato. I lavori di Palazzo Vecchio, del Teatro Mediceo, di Palazzo Medici Riccardi e di altri edifici che dovevano ospitare i ministeri furono seguiti dal sicilian-piemontese Carlo Falconieri, che la rivista Il Lampione definì “il barbaro ingegnere calato da Torino”.

Se i fiorentini si lamentavano, gli eredi Pineider vivevano invece nuovi fasti: dopo essere stati i fornitori ufficiali di Napoleone, ora lo divennero della Casa Reale e del governo. Non c’erano rivali, nessuno aveva la loro capacità di soddisfare prontamente le esigenze qualitative e quantitative del Regno d’Italia. Cambiarono i protagonisti dei salotti: ora toccava allo studioso piemontese Angelo De Gubernatis, ai leader della sinistra internazionale di passaggio a Firenze, come Bakunin e Aleksander Herzen, allo scrittore Giovanni Verga, appena approdato dalla Sicilia e che proprio a Firenze, su quaderni Pineider, elaborò il suo primo successo letterario, Storia di una capinera.

Già da tempo i Pineider avevano capito che era fondamentale stampare guide tascabili della città: mappe, vedute, informazioni. Ma l’esser entrati a far parte di una nazione più grande li portò a pubblicare anche nuove guide. Per esempio, ne stamparono una delle strade ferrate del Moncenisio, della Città del Vaticano e, in seguito, di Roma. Cominciavano a circolare le prime fotografie, le cui riproduzioni completarono le più tradizionali incisioni su rame: nascevano le cartoline illustrate. I turisti potevano mostrare i luoghi visitati, anche grazie al servizio postale che a partire dalla metà Ottocento si era diffuso e sviluppato.

In campo fotografico, Firenze era all’avanguardia. Nel 1852 vi era nata la prima ditta fotografica del mondo, la Fratelli Alinari, fonte di illustrazioni a cui anche Pineider attinse (per esempio stampando il reportage fotografico dedicato ai luoghi della Divina Commedia).

Nonostante le differenze e le diffidenze tra piemontesi e toscani, anche i nobili sabaudi volevano il proprio stemma inciso a bulino su rame o acciaio, magari ripreso ad acquerello, con i dettagli finissimi e la precisione da orefice tipica delle stampe Pineider. E nel frattempo cresceva impetuosamente l’usanza di scambiarsi biglietti da visita, magari su carte colorate o profilate oro, e di spedirsi biglietti illustrati con immagini di dimore e palazzi. In un mondo sempre più affollato da commercianti, turisti e viaggiatori, c’era bisogno di confermare e affermare la propria identità con biglietti e carte da lettera monogrammate.

La bottega di Piazza della Signoria ormai si era decisamente ingrandita. La vediamo in una fotografia. Tre grandi vetrine sovrastate dalla scritta Francesco Pineider. È sparito il termine “Chincaglierie”, sostituito da “Fotografie” e da “Casa fondata nel 1774”. Pineider valorizzava la propria storia, già allora ritenuta unica. Un volantino pubblicitario del 1878 segnala i due indirizzi fiorentini: quello storico di Piazza Signoria e uno nuovo, nel Palazzo Corsi di via Tornabuoni.

Nei due negozi si vendono le famose carte con i gigli fiorentini, per rivestire libri e cassetti, e oggetti da scrivania come pennini, calamai, inchiostri, custodie. E poi i tagliacarte con cui si aprivano buste e libri, scatole per custodire la corrispondenza, il completo da scrittoio Luigi XVI, realizzato ai primi dell’Ottocento e da allora continuamente prodotto. Fondamentali le borse e cartelle a scompartimenti in pelle di cinghiale, nere o marroni o verde bosco – il verde dei pini del passo Pinei. Le comprano commercianti e viaggiatori: sono morbide e resistenti, da portare a cavallo, sul calesse, su treni e tramway. Il cuoio viene sagomato sul legno e lucidato a mano con la cera. La superficie è arricchita da decorazioni in oro zecchino.

È proprio in quegli anni che si inizia a produrre lo scrittoio da viaggio, un oggetto fondamentale per chi, ad esempio, affrontava un lungo viaggio in nave e necessitava di una scrivania componibile, contenuta in una grande scatola. Nei cassettini e negli scomparti dello scrittoio c’era una dotazione di pennini, cannucce, matite, carte filigranate tagliate ad acqua con bordi frastagliati, fogli di vari formati, taccuini, biglietti, buste, inchiostro. Questo scrittoio ha avuto un tale successo che ancor oggi, a un secolo e mezzo di distanza, viene prodotto in ciliegio e vitello nero liscio con dettagli cromati e con la stessa dotazione, ossia il necessaire per gli amanti della scrittura. È personalizzabile, sia per la scelta del pellame sia per la dotazione, come del resto ogni prodotto Pineider.

Nell’ultima parte dell’Ottocento Pineider è ormai divenuto un marchio che attribuisce uno status, adottato da élite ansiose di distinguersi, bisognose di segni di appartenenza a un ceto sociale elevato e acculturato. Non bisogna dimenticare che circa novant’anni dopo l’arrivo di Francesco Pineider a Firenze, il censimento del 1861 aveva documentato che nel Centronord italiano esisteva un 54% di analfabeti e al Sud un 87%. La media nazionale di analfabetismo era del 72 % fra la popolazione maschile e dell’84 % tra quella femminile.

Ormai Pineider era all’avanguardia nel campo delle macchine da stampa. Si era passati dal torchio alle macchine semiautomatiche d’importazione, che permettevano di aumentare le tirature. Proprio in quegli anni erano nate le prime produzioni artigianali di serie, i souvenir e le carte da lettera battezzate con i nomi delle città dell’Italia unita: Capri, Siena, Milano, Città del Vaticano. Possiamo immaginare l’orgoglio di una piccola città come Firenze, diventata capitale del Regno d’Italia.

Furono abbattute le mura, creati grandi viali, costruite nuove strade ferrate e stazioni. I trenini a vapore collegavano varie zone della città; a Fiesole si arrivava in tram. I pittori macchiaioli dipingevano Firenze e i suoi splendidi dintorni. Si moltiplicarono gli alberghi, i caffè concerto galleggianti, le botteghe orafe sul Ponte Vecchio, le pubblicità affisse sui muri. Pineider incrementò la stampa di menu, di etichette del vino, e man mano cominciò a produrre borse e cartelle sempre più leggere, senza più fodera interna, con motivi serigrafati stampati sul rovescio della pelle.

Nel 1870, con la breccia di Porta Pia e le truppe di Napoleone III che si ritiravano da Roma, Firenze si preparava a lasciare il passo. L’unità d’Italia si completò nel 1871 e Roma divenne la nuova capitale. Pineider, ormai fornitore indispensabile di Casa Savoia e del Regno d’Italia, aprì anche a Roma, in piazza di Spagna. Nuove tecnologie di stampa permettevano di stampare xilografie da matrici incise su legno e litografie da incisioni su pietra.

Lo scrittore Henry James scrisse a Firenze, durante il suo pellegrinaggio laico nella città tanto amata, Il diario di un uomo di cinquant’anni su blocchi Pineider.

Aumentava vorticosamente la richiesta di partecipazioni di nozze. Aristocratici, alto borghesi, case regnanti le commissionavano a Pineider: fantasiose o rigorose, semplici o su carta traforata come fosse un fazzoletto di pizzo, con aggiunta di sonetti d’occasione o con i soli nomi e luoghi. Ormai, il poderoso sviluppo aziendale non era più esclusivamente legato alla città dove Francesco aveva fondato, nel secolo precedente, la sua bottega. Al contempo, le generazioni Pineider si susseguivano, sinché si arrivò a una spaccatura: nel 1894 i fratelli si divisero, ma il marchio continuerà la sua storia di gestione famigliare per altri novant’anni.

Nel frattempo, scavallato il secolo, a Firenze nascevano i primi movimenti futuristi tra i frequentatori del caffè Giubbe Rosse, che divenne il più importante cenacolo letterario d’Italia. Al Giubbe Rosse si riunivano fondatori e collaboratori delle riviste letterarie Lacerba e La Voce: Ardengo Soffici e Giovanni Papini, Aldo Palazzeschi e Dino Campana, Ottone Rosai e Tommaso Landolfi, Eugenio Montale ed Elio Vittorini. Per tutto il tempo delle due guerre mondiali questo caffè rimase al centro di una comunità artistica, filosofica e letteraria che, gioco forza, si rivolgeva a Pineider per i propri strumenti di lavoro. Tra le due guerre, a Firenze nascerà anche una celebre azienda di penne stilografiche, la Tibaldi, sfruttando un brevetto Pineider del 1884 sulle stilografiche in ebanite.

Nel Novecento, la progressiva diffusione del telefono farà progressivamente diminuire l’invio di comunicazioni e biglietti scritti a mano (quanti romanzi e film con servitori mandati a consegnare missive fondamentali, che maldestramente le perdono o le fanno intercettare), e però la borghesia affluente vuole più che mai partecipare i propri matrimoni, nascite, festeggiamenti e lutti. Proprio nei negozi Pineider, queste persone che hanno raggiunto da poco sicurezza e benessere e bramano i caratteri distintivi delle classi più affermate si fanno consigliare dagli esperti commessi su caratteri, carte, formati e diciture da utilizzare per essere à la page, rispettando le regole del galateo. Si rivolgono con fiducia agli esperti di un gusto che per loro è ancora in fase di elaborazione.

Pineider accompagna diverse fasi della vita dei clienti. Quelle che richiedono prodotti che ruotano attorno alla carta, utile per celebrare eventi, o per la quotidianità delle lettere e degli appunti, oltre ad agende, blocchi, quaderni, rubriche; ma poi c’è anche la solidità durevole della pelle, che “fa status”. E dunque le cartelle, le borse, le dotazioni da scrivania, i portafogli, i portadocumenti. Tutti oggetti, compresi gli strumenti per la scrittura, che congiungono il passato, il valore di uno stile e di un prestigio acquisito dal marchio, con le aspirazioni sociali e lavorative.

L’utilizzo nel presente e nel futuro è garantito dalla qualità artigianale dei prodotti, che li rende preziosi e durevoli. Sempre più, nel Novecento, possedere gli oggetti di alto artigianato marchiati da Pineider rappresenta un ponte tra la solidità del passato e le aspirazioni del futuro. Il Novecento è anche il secolo che inventa e alimenta il divismo.

Gabriele D’Annunzio lavora incessantemente alla costruzione del proprio mito. Potrebbe forse scegliere una carta qualsiasi? Scriverà solo, con l’impeto del gesto estetico, su carta monogrammata Pineider, tagliata a filo d’acqua per ottenere la sfrangiatura che la rende immediatamente riconoscibile. E Marlene Dietrich? Luchino Visconti? Luigi Pirandello? Maria Callas? Rudol’f Nureev? Tutti uniti, mentre si susseguono i decenni, dalla filigrana Pineider e dal culto degli oggetti della casa fiorentina.

Nonostante il progressivo declino della comunicazione vergata a mano, dovuto alla crescita di quella telefonica, Pineider incarnava ormai un prestigio consolidato, fatto di storia, di qualità artigianale, di testimonianza di un’italianità illustre. Così, l’invito a una festa, la scrivania di uno studio professionale, la cartella con cui si viaggiava, il biglietto d’amore o di ringraziamento… i momenti principali dell’esistenza di persone che aspiravano al successo professionale e sociale, e ovviamente anche delle persone di successo ormai consolidato, continuava a celebrarsi con i prodotti di un marchio prestigioso, come sempre più era Pineider.

Per fare un esempio, un giorno del 1972, mentre è a Roma, Liz Taylor decide che la carta da lettera su cui scrive dovrà avere lo stesso colore dei suoi occhi. La commissiona a Pineider, e gli artigiani selezionano i pigmenti naturali violetti che richiamano gli occhi della diva americana. Immaginiamo quante lettere d’amore e di rabbia e disamore avrà poi scritto l’attrice a Richard Burton, magari bagnandole con le lacrime, e chissà anche quanti fogli stracciati, appallottolati nelle sue celebri sfuriate.

Anche Oriana Fallaci è una diva, ma nel campo del giornalismo, delle idee, della narrativa. È profondamente fiorentina, benché cittadina del mondo. Eppure, non rinuncerà mai, nemmeno negli anni in cui visse a New York, a scrivere lettere e messaggi sulla preziosa carta di Pineider.

La storia del marchio sembra correre senza intoppi: superati brillantemente i cambi di dominio politico occorsi alla Toscana dell’Ottocento, Pineider resiste, senza che il fascino del marchio ne risenta, e attraversa i rivolgimenti politici e le due guerre mondiali del Novecento. E non sono stati gli eventi bellici a stravolgere la vita dell’azienda fiorentina, e a costringere la famiglia Pineider a ricominciare tutto daccapo.

A quasi due secoli dalla fondazione, superata la prima tragica metà del Novecento con prestigio immutato e anzi internazionalmente accresciuto, il 4 novembre 1966 straripa il fiume Arno. In piazza della Signoria, finisce sott’acqua la sede principale dell’azienda, dove è custodito l’intero archivio. Le macchine da stampa, le scorte di carte pregiate, l’archivio delle incisioni, gli impianti di stampa, la storia dell’azienda, tutto finisce sommerso nel fango e in buona parte andrà perduto. Si salveranno solo i cliché con i nomi e gli stemmi di quei clienti che non li avevano riscattati.

Tuttavia, pur nella sventura, il marchio Pineider è così unico e così italiano, così al contempo artistico e artigianale che, per esprimere ricercatezza, esclusività, piacere tattile, personalizzazione, continua a essere ricercatissimo e diventerà, come si dice nel mondo della moda, sempre più iconico.

Lo snodo degli anni Sessanta del Novecento, con il boom del design italiano nel mondo, permette a Pineider di proporre collezioni concepite secondo il nuovo gusto contemporaneo. In particolare, nel campo della pelletteria vengono ideate linee innovative, mantenendo però la qualità di alto artigianato e il collegamento con le proprie radici. Ne consegue una posizione sempre più salda e centrale nel settore del lifestyle e del lusso.

Un giorno, alla fine degli anni Ottanta, Diego Armando Maradona che era al culmine della carriera calcistica, uomo che immaginiamo non avesse né attitudine né tempo per scrivere - e che neppure aveva bisogno di certificare la propria identità con un biglietto da visita dato che era una delle persone più famose del mondo -, entrò in un negozio Pineider chiedendo di comprare l’oggetto più costoso. Voleva possedere qualcosa di Pineider, non carte personalizzate, che non gli servivano, ma una borsa, una penna per gli autografi, una cartella, qualcosa marchiato Pineider da sfoggiare per darsi una patente di nobiltà non solo calcistica.

Passato il Novecento, che ha visto il consolidamento internazionale del prestigio del marchio Pineider, arriviamo al Duemila. È l’anno in cui esce il film American Psycho, tratto dal celebre romanzo di Bret Easton Ellis. La trama descrive lo yuppie newyorchese Patrick Bateman, interpretato da Christian Bale, che impazzisce e diventa un killer dopo essere stato umiliato dalla superiorità del biglietto da visita di un collega. Quel biglietto ha la filigrana Pineider.

Dunque, anche a New York (e a Hollywood, dove il film viene scritto e prodotto) Pineider fa status, suscita ammirazione e desiderio di emulazione. È la teoria del “desiderio mimetico” del filosofo René Girard: il desiderio è imitativo, tendiamo a desiderare ciò che vediamo desiderato da persone famose e influenti. Questo desiderio imitativo, dice Girard, può portare a competizione e in alcuni casi, conflitto. Come in American Psycho.

Ricapitoliamo: nel Settecento, nell’Ottocento, nel Novecento, nel Duemila la produzione Pineider è scelta da aristocratici, regnanti, presidenti e ministri, divi del cinema, della lirica, della direzione d’orchestra (per esempio Riccardo Muti), del pop, della danza, della letteratura, del pensiero, dello sport … È incredibile la trasversalità raggiunta dal marchio nel campo delle élite. Non è mai successo con nessun altro oggetto di consumo alla moda.

Difficilmente i letterati hanno bramato i gioielli, o gli abiti, o le auto che invece piacevano agli aristocratici, oppure i cantanti quelli che piacevano ai politici. È capitato solo con la carta e gli oggetti di cartoleria e pelletteria, e con un unico marchio storico che ancora oggi, a secoli di distanza, mantiene le stesse qualità artigianali e gli stessi luoghi di produzione delle origini. Dagli stemmi nobiliari a loghi delle aziende, dalle borse da cavallo ai trolley, dai pennini con cannuccia alle stilografiche alle penne a sfera, Pineider è anche sociologia, storia dei gusti, dei galatei e dei bisogni delle classi affluenti, oltreché delle modificazioni tecnologiche, dei riti sociali, dei vezzi che caratterizzano gli ultimi duecentocinquant’anni.

Straordinaria anche la capacità di interpretare le necessità dei viaggiatori.

Dalle sacche e dagli accessori pensati per gli aristocratici anglosassoni del Grand Tour fino ai professionisti e ai viaggiatori contemporanei, adattandosi alle nuove esigenze di forme, di design, di trasportabilità. Tutto questo senza perdere la specifica cura artigianale, la personalizzazione degli oggetti, però sommandola ai nuovi materiali eco friendly, rispettosi dell’ambiente.

Nel frattempo, al nuovo cambio di secolo (ormai il terzo per Pineider), sono state create nuove collezioni di stilografiche, penne a sfera e roller ispirate dai grandi classici del cinema (da ultimo la collezione La grande bellezza). Il marchio è apparso nuovamente al cinema nel film Comandante, sulla scrivania del comandante del sommergibile Cappellini Salvatore Todaro, che nel 1940 con un atto di eroismo salvò la vita di 26 nemici. Il suo ruolo è interpretato da Pierfrancesco Favino che ha recitato anche il Manifesto Pineider, in un video intenso e poetico: “La Storia, un coro sussurrato di penne che cantano il tempo su pagine e fogli, un antico balletto di lettere diretto dalla punteggiatura…”.

Il marchio fiorentino, che già aveva fornito penne alla Casa Bianca e per il Giubileo del Duemila, è stato scelto per le forniture istituzionali di cancelleria e regalistica del Ministero degli Esteri e, più di recente, per il nuovo Ministero delle Imprese e del Made in Italy, quale marchio italiano sinonimo di tradizione, arte manifatturiera, eleganza e lusso. Soprattutto, l’innovazione delle proposte e del design è passata da tre importanti collaborazioni: con Poltrona Frau, con il designer Massimo Giorgetti, con la creatrice di gioielli Carolina Bucci.

Con il nuovo secolo si è ulteriormente rafforzata la presenza di Pineider sui mercati internazionali, sia tramite boutique esclusive sia grazie a collaborazioni con distributori del mondo del lusso. In Europa, a Dubai, negli Stati Uniti, in Giappone, Corea del Sud e Cina il brand creato nel 1774 dal giovane tirolese Francesco Pineider è oggi sinonimo di quella tendenza che viene definita “quiet luxury”, un lusso non ostentato, una sorta di eleganza raffinata, sommessa, classica.

Le nuove collezioni trascendono tempi e mode, e tuttavia rispondono al gusto contemporaneo, e sicuramente possiamo immaginare che Francesco sarebbe stato orgoglioso della durata secolare del marchio da lui creato e dalla reputazione che ha attraversato secoli e oceani per diffondersi ovunque, sviluppando lo spirito di modernità e l’attitudine ai commerci internazionali che già apparteneva alla Firenze tardo settecentesca di Pietro Leopoldo, quando il giovane Pineider aprì la sua bottega in piazza del Granduca.

Sono tre le nuove categorie: congiungono i prodotti che sin dall’inizio dell’Ottocento rappresentano il mondo Pineider. Pelletteria, strumenti di scrittura, carta.

Ora che tornano di moda i cammini, la vita senza cellulare, la slow life, torna di moda anche la scrittura a mano e il gusto di accarezzare le carte preziose di questa start up del diciottesimo secolo. Il verde dei pini del passo Pinei, oggi verde Pineider, ricorda le radici e il patrimonio costruito partendo dallo spirito imprenditoriale e dalla passione per l’alto artigianato di un uomo nato nel Settecento, approdato a Firenze dopo essere cresciuto tra i boschi dolomitici di un paese straniero. Ci insegna quanto, al di là delle condizioni di partenza, siano la volontà e il genio dei singoli a porre il primo mattone di una storia di successo, che poi coinvolgerà infinite persone nel corso dei secoli: i clienti, i dipendenti, i collaboratori, i cittadini del Paese che ha dato la possibilità di creare col lavoro e con la passione un marchio italiano famoso nel mondo.

Camilla Baresani

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