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America Resto del mondoLa scelta non è tra futuro e passato. La scelta è tra tempo e nulla. Se si sceglie il tempo, si racconta. Se si sceglie il nulla, si tace per sempre. Perché raccontare significa innanzitutto contare: mettere in fila gli eventi, dividere gli istanti in un prima e in un dopo, dare un senso al caos dell’esperienza su questa terra informe. La Storia inizia con la prima parola scritta, e finirà con un foglio bianco.
La Storia inizia cioè con l’ambizione che differenzia la nostra specie da tutte le altre: durare al di là di noi stessi. La scrittura è un al di là in formato alfanumerico. La Storia, un coro sussurrato di penne che cantano il tempo su pagine e fogli, un antico balletto di lettere diretto dalla punteggiatura: parole che si bloccano per una domanda e poi ripartono con la rinnovata sicurezza di una maiuscola, parole che indugiano per una virgola, parole che dopo un accapo si buttano nell’abisso del loro domani.
Dal 1774 Pineider fornisce all’uomo i mezzi per creare la Storia. Strumenti di scrittura che salvaguardano il passato: senza la rincorsa del ricordo non si può saltare verso la scommessa del futuro. E una pelletteria, trattata secondo la tradizione fiorentina, che ambisce a custodire il tempo che noi siamo: la tradizione è uno ieri che ha superato la prova del domani, è il particolare che si è fatto universale, è un’ora diventata Storia. Ciò che per il mondo è tradizione, per gli individui è memoria. Una sedimentazione di presenti che formano la nostra singolarità. Ed ecco che i portadocumenti contengono la nostra identità, i portafogli la nostra potenzialità, i portacarte da gioco le nostre fortune, i taccuini i nostri ricordi, le agende i nostri progetti, le cinture la nostra vita.
Nell’era digitale, oggi che le parole possono essere riprodotte all’infinito e vagare illimitatamente nel cyberspazio, carta, penna e pelle preservano la fragile bellezza di tutto ciò che invece non è replicabile. L’inclinazione delle “l”, gli arzigogoli delle “g”, le sbavature d’inchiostro, la distanza tra le parole, il tocco della pelle sulla pelle. Ecco le impronte digitali della personalità umana. Noi non abbiamo un corpo: noi siamo dei corpi. Esposti a intemperie e ferite, corpi che si sciupano, corpi da custodire. Pineider si prende cura della nostra essenza, unica e mortale.
Il digitale è il regno immutabile dell’anonimato, la scrittura manuale quello delle singolarità irripetibili. Scrivere un semplice biglietto diventa così un gesto eversivo, una rivendicazione di unicità. Impugnando una penna ci esponiamo al rischio della perdita, ci votiamo alla certezza del mai più. E questa decisione, che si ribella al meccanismo della serialità, corrisponde all’autentico lusso.
Formulare parole, accarezzare pelli: le due azioni che ci rendono più umani. Perché che cosa siamo, noi stessi, se non pelle e parola?
Enrico Dal Buono
